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Pari e Uguali aps
Associazione di promozione sociale per diffondere una cultura di paritą
 


N° 020/2018  
FONTE: Focus STORIA GIORNO E DATA: novembre 2018
PAGINA: da pag. 82 a pag. 87 AUTORE: Claudia Giammatteo

 

 

COSTUME

 

QUEL MOSTRO DI SUOCERA

 

È ancora oggi l’autorità più temuta del palcoscenico familiare.
Ma il mito della suocera bisbetica in lotta con la nuora (o il genero) ha radici antichissime

 

Il commediografo latino Terenzio non lasciava speranze: “Tutte le suocere in pieno accordo odiano le nuore”, sentenziò nella commedia La suocera nel II secolo a.C. Ancora più caustico, quattro secoli dopo, l’appello lanciato da Giovenale: “Rinuncia alla pace familiare finché tua suocera è viva” (Satire VI 231-235). E Giovanni Verga nel romanzo I Malavoglia (1881) rafforza il concetto lamentandosi che “Fra suocera e nuora si sta in malora”. Sono solo tre esempi dei fiumi di inchiostro dedicati a uno degli stereotipi culturali occidentali più radicati, quello della suocera arpia e ficcanaso, in eterna lotta con le vittime preferite delle sue angherie: genero e nuora. Un’immagine replicata in romanzi, commedie, fumetti, persino barzellette (“Mia suocera è un angelo”. Beato te: la mia è ancora viva!”) e proverbi (“Una suocera è buona lodata quando è morta e sotterrata”). Ma come è nato questo cliché? E, soprattutto, come ha fatto ad arrivare intatto fino ai nostri giorni?
IL VERO BOSS DI CASA
Per rispondere a queste domande, bisogna tornare al passato. L’attribuzione del ruolo di “boss” della gerarchia familiare risale, infatti, alle origini della civiltà. Lo dimostra l’etimologia del termine “suocero”, dalla radice indoeuropea (protolingua preistorica) swe “colui che appartiene al medesimo gruppo sociale” e krov “colui che detiene l’autorità”.
Gli antropologi ottocenteschi hanno svelato per primi l’esistenza di due riti di sottomissione millenari: nelle società primitive matriarcali, dove vigeva il “matrimonio servile”, così detto per la condizione di inferiorità a cui era condannato lo sposo convivente, quest’ultimo era obbligato a prestare speciali servizi (come tagliare legna per il fuoco) e a inginocchiarsi di fronte alla suocera senza mostrarle i piedi.
Un’usanza ancora più singolare diffusa nelle società tradizionali del Nord America (Dakota, Omaha). Oceania, Africa (tra Boscimani e Zulu) imponeva a suocera e genero di evitarsi: i due non potevano guardarsi, né rivolgersi la parola, né pronunciare i rispettivi nomi, ma avevano rapporti solo per interposta persona. Un rituale battezzato “evitamento” (in inglese avoidance” a cui gli studiosi hanno, però, attribuito significati molto diversi. «Secondo l’etnologo John Lubbock, l’evitamento risaliva ai tempi in cui il matrimonio avveniva “per ratto”, cioè tramite il rapimento della sposa, ed evocava la collera dei parenti verso il genero “rapitore”», spiega Fabio Dei, docente di antropologia culturale di Pisa. «Nel saggio Totem e Tabù del 1913, Sigmund Freud era di opinione diversa: riteneva che quel divieto del contatto fisico fosse una precauzione dalla tentazione dell’incesto tra suocera e genero, che violando un tabù sacro avrebbe obbligato l’intero gruppo a cerimonie espiatorie». La moderna antropologia sociale insiste, invece, sulla natura strettamente rituale dell’evitamento, “un modo di segnalare simbolicamente il rapporto tra elementi diversi della struttura familiare e tenere sotto controllo gli esiti potenzialmente conflittuali della relazione di parentela».
QUI COMANDO IO.
Il mito della suocera arpia e petulante risale, invece, al modello familiare esteso e patriarcale, che obbligava gli sposi a vivere con i parenti di lui: zii, nonni, genitori, nipoti sotto lo stesso tetto. Spesso infelicemente.
«Tutti gli studi sui mutamenti della famiglia italiana dal XV al XX secolo concordano sulla richiesta di sottomissione alla suocera della nuova convivente», spiega il sociologo Marzio Barbagli. «Un fenomeno più accentuato nel ceto in cui vigeva la ferrea gerarchia familiare e la separazione dei ruoli. Nelle famiglie aristocratiche, per esempio, i rapporti erano regolato in base all’età, al sesso e all’ordine di successione. I figli venivano educati alla completa deferenza, privati di baci e coccole, e, sopratutto, i matrimoni erano combinati tra estranei. Per molti secoli fu il capostipite, consigliato dalla moglie, a stabilire quale dei suoi figli si potesse sposare, con chi e a che età», prosegue l’esperto. Obbedire al diktat paterno condannava al gelo coniugale ma disobbedire era garanzia di una convivenza infernale. Nel ‘700 fece scalpore il braccio di ferro tra il giovane marchese Cesare Beccaria (1738-1794) e il padre Saverio, così convinto che il suo matrimonio con la sedicenne Teresa De Blasco fosse economicamente svantaggioso, da ottenere dall’Amministrazione di Milano che il figlio fosse messo agli arresti domiciliari per tre mesi «acciocché sia in piena libertà di maturare seriamente il suo caso». E, non pago, gli tolse anche i diritti di primogenitura. Ma i due si sposarono lo stesso. Anni dopo, fu Giulia Beccaria (figlia di Cesare e Teresa) madre di Alessandro Manzoni, a odiare la nuora trentasettenne Teresa Borri, vedova Stampa. Manzoni l’aveva sposata contro la volontà della madre, che si lamentava a sua volta pubblicamente della pigrizia cella nuora: “Mentre Alessandro si sveglia, presto al mattino per lavorare lei non lascia il suo letto prima di mezzogiorno”.
IL RITO DEL MESTOLO
Ancora più tumultuose erano le baruffe che scoppiavano nelle famiglie numerose dell’Italia contadina mezzadrile. «L’autorità suprema era il capofamiglia, detto il capoccia, reggitore e vergaro, che teneva i rapporti con il proprietario del podere aiutato da sua moglie, detta massaia, vergara o reggitrice, che gestiva il denaro, i lavori domestici, l’orto e il pollaio. Seguivano i figli maschi, tra cui il bifolco, addetto al bestiame, e infine le figlie femmine e le mogli dei figli». Spiega barbagli. Le nuore passavano direttamente dall’autorità dei genitori a quella dei suoceri, a cui davano rispettosamente del “voi” (e in Veneto li chiamavano msé, “mio signore e madonna, “mia signora) e da cui erano dipendenti sia sul lavoro sia per i bisogni importanti.
La sottomissione delle nuore iniziava il giorno delle nozze. «In alcune zone del Centro Italia il corteo nuziale trovava la porta di casa sbarrata e la sposa doveva bussare per tre volte, finché appariva sull’uscio la suocera con un mestolo alla cintura. E lo passava alla nuora solo dopo le formule di rito (“Che cosa volete?”, chiedeva la suocera. “Entrare in casa vostra e obbedirvi in quanto vi piaccia di comandarmi”, rispondeva la nuora). In altri casi la suocera portava una scopa, una scodella piena di acqua e la nuora doveva lavare la soglia», prosegue Barbagli. Angelo De Gubernatis nel 1878 scriveva: “La suocera deve essere dalla nuora considerata come la sua padrona e il suocero come il suo padrone”. Affermò. Ma questo non significa che in casa regnasse la pace. Anzi, le tensioni latenti potevano diventare così forti da esplodere in quello che lo storico Domenico Spadoni chiamava “terribili guerre femminili”, davanti alle quali i fin troppo docili mariti non intervenivno mai.
GUERRIGLIA FAMILIARE.
Il motivo più frequente delle urla tuttavia era la rivalità tra le nuore. La gerarchia familiare contadina favoriva la nuora che era entrata per prima in famiglia. L’ordine. Però, poteva essere alterato o capovolto dalla predilezione dei suoceri scatenando rivalità furibonde.
Ma se, nonostante i bocconi amari, la gerarchia patriarcale durò così a lungo fu perché corrispondeva a precisi calcoli di convenienza. «Figli e nuore sapevano di non avere alternative lavorative, a meno di non voler precipitare allo status di braccianti, e soprattutto che non erano le nozze il momento di emanciparli. Questo avveniva alla morte dei genitori o quando la malattia li costringeva ad abbandonare la direzione del podere. Da parte loro, le infelici nuore erano educate ad accettare la loro condizione e degli esempi femminili intorno a loro avevano imparato che dichiarare guerra alla suocera significava inevitabilmente andare incontro a sconfitte», conclude l’esperto.
IMPULSI NASCOSTI
Nei primi decenni del ‘900 molti riti di sottomissione erano scomparsi.
Le trasformazioni sociali prodotte dalla rivoluzione industriale avevano messo in crisi l’autorità patriarcale e lentamente imposto un nuovo modello di famiglia “coniugale intima”. In tutti i ceti sociali il matrimonio si fondava sulla libera scelta degli sposi, sull’attrazione fisica e sull’amore. Eppure se i coniugi vivevano per conto proprio, lontani dalle intromissioni dei suoceri, il luogo comune della suocera-arpia era ancora intatto. Freud fu il primo ad attribuire le guerre domestiche (soprattutto l’acredine tra suocera e genero) a impulsi inconsci. “Una parte di questi impulsi è facilmente individuabile. Per la suocera è la contrarietà a rinunciare alla propria figlia e la diffidenza nei confronti dello straniero la quale è stata affidata (…) per l’uomo è il rifiuto di sottomettersi ad una volontà che non sia la propria» scrisse il padre della psicanalisi in Totem e Tabù dove rimpiangeva il “tabù del contatto”, “Presso le razze bianche d’Europa e d’America non esiste alcun divieto in proposito, e tuttavia parecchi litigi e tante noie sarebbero evitate se questi divieti esistessero proprio come usi correnti”.
Che le ostilità siano indipendenti dallo status sociale familiare è infine dimostrato dall’elenco di teste coronate, personaggi illustri e leader mondiali a cui la suocera possessiva ha dato filo da torcere. “,Dietro in uomo di successo, c’è una moglie fiera e una suocera sorpresa”, esclamò negli Anni ’50 il presidente americano Harry Truman, sminuito dalla suocera Madge Gaters Wallace. Il premier britannico Winston Churchill fu ancora più caustico: “Non c’è bisogno di inasprire le pene per bigamia. Un bigamo ha due suocere come punizione mi pare che basti”.

 

CRUDELE COME UNA REGINA MADRE
Focus Storia pag. 87
Rendere la vita impossibile alle nuore (e ai generi) fu l’obiettivo di molte suocere coronate. Una delle più agguerrite della storia è vissuta nel V secolo a.C.: era la regina persiana Parisàtide, moglie di Dario II e madre di Artaserse II. La sovrana era talmente gelosa della nuora Statira che prima sterminò la sua famiglia d’origine, poi le fece servire selvaggina tagliata con un coltello intriso di veleno. «La povera nuora morì tra grandi dolori e contorcimenti e nascer fece sospetto nel re contro la madre, conoscendo già egli la di lei ferociità e l’animo che difficilmente placar si lasciava” (da Le vite di Plutarco volgarizzate da Girolamo Pompei, 1791). E nel Rinascimento le cose non andavano meglio. La figlia di Gian Galeazzo Sforza, duca di Milano, Bona Sforza d’Aragona (1494-1557), regina consorte di Polonia, fu sospettata dalla misteriosa morte di ben due nuore: Elisabetta d’Asburgo e la nobile lituana Barbara Radziwill. Entrambe sposate dal figlio Sigismondo II contro la volontà della madre, morirono poco dopo aver messo piede a corte. Mentre per l’intrigante Caterina de’ Medici (1519-1589) regina di Francia, il sospetto fu di aver ucciso la consuocera, Giovanna d’Albret (madre del genero Enrico di Navarra), di fede calvinista.
Mammoni. Tra i peggiori esempi di ménage a trois ci fu quello tra la regina Bianca di Castiglia (1188-1252), suo figlio Luigi IX e l’odiata nuora Margherita di Provenza (anche se “non vi era donna più gentile, né fanciulla più bella e cortese di Margherita”, riportano le cronache). Non ci furono spargimenti di sangue ma solo una vita d’inferno: per qualche momento d’intimità, infatti, i due coniugi erano costretti a darsi appuntamenti segreti sulle scale che collegavano le loro due camere da letto. Se Bianca di Castiglia fu asfissiante, Sofia di Baviera (1805-1872) non fu da meno. Per screditare la nuora Elisabetta Eugenia Amalia d Wittelsbach (meglio nota come Sissi), la chiamava “Ochetta bavarese”. Secondo la biografa Brigitte Hamann gli scontri con la suocera, che prendeva decisioni su tutto, anche sui nipoti, distrussero il matrimonio di Sissi con l’imperatore Francesco Giuseppe, portando la donna alla depressione.

 

 

SUOCERA DISPETTOSA

  

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