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Pari e Uguali aps
Associazione di promozione sociale per diffondere una cultura di paritą
 


N° 008/2019  
FONTE: Cronache e Opinioni GIORNO E DATA: settembre 2018
PAGINA: pagg. 06 e 07 AUTORE: Manuela Luciano Verdone*

 * Professore di filosofia e psicologia

 

 

La solitudine della donna

 

 

I casi dei bambini malmenati, anche a morte, dono sempre più frequenti. La cronaca degli ultimi anni sta oscurando, in qualche modo, il mito dell’amore materno, suscitando una serie di domande.
“Non si capisce, non si capirà mai, perché è il più inspiegabile dei delitti, - scrive Isabella Fedrigotti – come un papà e, a maggior ragione una mamma, possano scatenare la loro furia, la loro forza addosso ad un piccolissimo bambino, riempire di lividi la sua pelle morbida, mordere le sue membra tenere, sbattere contro il muro la sua testa delicata che andrebbe soltanto carezzata, prenderlo a pugni o a calci; perché sono questi i trattamenti che certi genitori, non necessariamente drogati o ubriachi, in qualche caso riservano ai loro figli neonati”. Ma cosa è cambiato nel rapporto tra madre e figlio, in quella che è considerata la forma più sacra delle relazioni d’amore?
La prima risposta che viene data è quella del nervosismo dei genitori. Fallimenti, depressione, frustrazioni sul lavoro, sommati al comportamento stressante dei bambini: pianto prolungato, non voler mangiare o dormire…
La seconda spiegazione è quella sull’immaturità di fronte alla vita ed all’esperienza genitoriale: “Il punto è che c’è sull’immaturità di fondo ad affrontare la vita, un’impreparazione a far fronte al dolore, alla rinuncia, al sacrificio; -afferma Alessandra Graziottin, direttore del centro sessuologia medica al San Raffaele di Milano - si fanno meno figli o si fanno sempre più tardi, dunque come seconda o terza scelta, ed anche allora è una scelta conflittuale… Il che dignifica che la maternità sempre meno è vissuta come realizzazione profonda di sé: al contrario, il figlio viene più spesso considerato come un limite, inaspettato, della propria vita e ritenuto in qualche modo responsabile di una incompiutezza esistenziale”.
“Un bambino può riempire la vita di una madre, certo: ed infatti ci sono molte donne felici in questo senso; - osservo Piero De Giacomo, direttore del dipartimento di scienze psichiatriche dell’università di Bari – questo accade però se la “premessa” era: io desidero avere un figlio e crescerlo. Ma se la “premessa” è che un figlio svuota la vita, la priva di qualcosa, è un limite, allora la mente di quella madre comincia ad oscillare nell’angoscia del dubbio di aver commesso un errore fatale. È una sofferenza molto grande che può giungere ad un gesto estremo di disperazione”.
La terza risposta, di carattere psicanalitico, riguarda l’ambivalenza nascosta nella psiche femminile tra autoaffermazione e sentimento materno: “Tutti sappiamo che l’amore materno non è solo amore. Ogni madre è attraversata dall’amore per il figlio ma anche dal rifiuto per il figlio…Nella donna – scrive Umberto Galimberti – si dibattono due soggettività antitetiche… Una che dice “Io” e l’altra che fa sentire la donna depositaria della ‘specie”. Il conflitto tra queste due soggettività è alla base dell’amore materno, ma anche dell’odio materno, perché il figlio, ogni figlio, vive e si nutre del sacrificio della madre: sacrificio del suo tempo, del suo corpo, del suo spazio, del suo sonno, delle sue relazioni, del suo lavoro, della sua carriera, dei suoi affetti…”
La ragazza avverte un conflitto fra spinta simbiotica verso un partner e difesa della propria intimità. Conta i bocconi per conservare un corpo sottile, sperimentando, come molte adolescenti, un conflitto fra il codice genetico che preme verso la solidità fisica della donna madre ed il codice culturale col modello filiforme della donna partner o semplicemente ammirato per se stessa.
Poi la decisione a favore dell’espropriazione fisica: il matrimonio e la consegna del corpo ad un uomo. Quindi la gravidanza ed il parto. Ma la puerpera si trova spesso sola: il suo corpo è cambiato, la sua vita è modificata.
Alle spiegazioni sopra riportate si unisce uno scenario sociale sfavorevole: la solitudine della donna di fronte alla maternità e la solitudine della famiglia di fronte ai suoi problemi. Oggi la donna sembra portare sulle spalle un peso sociale molto alto. Secondo le statistiche, sette persone su dieci che soffrono di depressione sono donne. Una madre su diesi soffre di depressione nel periodo della gravidanza e per 12 mesi successivi al parto. Ma questa è la normale fase depressiva che ogni donna, più o meno, subisce dopo il parto: questione della caduta di estrogeni, della perdita di sangue, della trasformazione dell’immagine di sé e della propria vita. Poi passa. Altre invece, in genere per predisposizione genetica, rimangono prigioniere della depressione.
Nel chiuso delle pareti domestiche il problema s’ingigantisce. La madre si accorge, con meraviglia, di provare indifferenza per la propria creatura. I sensi di colpa amplificano il sintomo. E, quando il padre è assente, la madre rimane sola a sostenere il peso della famiglia. A tutto questo si aggiunge un dato sociologico importante. L’isolamento delle famiglie. Ad esse, oggi, manca la comunicazione col vicinato che un tempo favoriva l’esternazione ed il ridimensionamento dei problemi emotivi. La “famiglia sigillata”, in nome della privacy è, infatti, l’ambiente più adatto alla disperazione. Se poi, altri richiami sentimentali dividono la coppia, allora i figli possono divenire armi di ricatto, e di ricatto estremo. Come nella tragedia greca di Euripide in cui il coro chiede a Medea: “Uccidere le tue creature: ne avrai il coraggio?” e questa risponde: “È il modo più sicuro per spezzare il cuore di mio marito”. Ma alla fine è bene ricordare, rimane sempre il libero autosvolgimento di ciascuno. A parità di condizionamento culturale e di storia biografica soggettiva, ognuno di noi sceglie se stesso.

 

 

  

 

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