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Pari e Uguali aps
Associazione di promozione sociale per diffondere una cultura di paritą
 


N° 009/2019  
FONTE: Libero GIORNO E DATA: lunedì 07 gennaio 2019
PAGINA: pag. 13 AUTORE: Costanza Cavalli

 

 

 

Cervello e discriminazione

 

I pregiudizi contro le donne ci sono già fra i bimbi dell’asilo

 

Uno studio della New York University dimostra che, quando si tratta di affidare un compito che richieda “intelligenza”, si preferiscono i maschi. E succede anche fra i più picccoli

 

Gli inglesi riescono a indirizzare le offese più turpi con le maniere più deliziose, soavemente ironiche. «She had a blonde moment», dicono che significa «lei ha avuto un attimo biondo», e tutti ridono. In effetti «To have a blonde moment» vuol dire, letteralmente, «avere un attacco di biondezza», dove per biondo s’intende fare qualcosa di sciocco, di maldestro, naif, un po’ da oca, o ancora, dimenticarsi cose importanti. Insomma caratteri dominanti nella donna bionda.
Ad affidarsi agli stereotipi si fa di certo prima, ed è pure divertente, ma si rischia di mandare in vacca decenni di tentativi femminili di scalata: secondo un recente studio della New York University pubblicato sulla rivista America Psychologist, infatti, le donne sono tutt’ora considerate più sceme degli uomini. I ricercatori, per sostenere quest’idea, hanno condotto tre esperimenti: nel primo hanno chiesto ai 347 partecipanti alla ricerca di dare delle referenze su delle persone per un posto di lavoro. A metà delle “cavie” è stato fatto capire che il lavoro richiedesse capacità intellettuali di alto livello; all’altra metà no. E meno del 38% delle persone del primo gruppo ha consigliato una donna. Nel secondo esperimento – eseguito su un campione più ampio, di 811 soggetti – il risultato è stato il medesimo.
GIOCO DI SQUADRA
Il terzo esperimento è stato svolto su bambini tra i cinque e sette anni: l’ipotesi da dimostrare era che «anche i bambini (ovvero che coloro che sono ancora immuni dai pregiudizi, ndr) favoriscono i maschi rispetto alle femmine in attività intellettualmente impegnative». È stato loro insegnato un gioco di squadra: come per gli adulti, a una metà i ricercatori hanno detto che l’attività era per bimbi «veramente molto intelligenti», ai rimanenti no. A ogni singolo bambino è stato poi chiesto di selezionare tre compagni di squadra su un gruppo di sei sconosciuti. Se nelle prime scelte le femmine sceglievano le femmine e i maschi i maschi, nelle successive tutti/e hanno preferito mettersi in squadra più maschi che femmine. Solo il 37% di ragazze sono state scelte da quelli che credevano di doversi scontrare su «un gioco per persone intelligenti» (contro il 55% di quelli che credevano di dover partecipare a un gioco normale). La conclusione di tutto ciò<? Le donne sono tutt’ora considerate – anche dalle donne stesse e dai bambini – meno adatte ai mestieri “d’intelletto” rispetto agli uomini.
Nonostante le studentesse vadano meglio a scuola e abbiano più probabilità di andare all’università rispetto si loro coetanei maschi, i risultati della ricerca non mentono, secondo Athene Donald, una professoressa di fisica all’Università di Cambridge, dovrebbero essere «un campanello d’allarme per la nostra società, per cambiare il nostro modo di pensare e per smettere di trasmettere questi pregiudizi alle generazioni future». È impossibile, infatti, che i bambini nascano già con l’idea che i maschi siano più svegli: «Nonostante l’assorbimento di stereotipi avvenga nel momento in cui siamo al mondo, dobbiamo ancora capire esattamente quale sia la causa», aggiunge Donald. Il dottor Andrei Cimpian, coautore della ricerca della New York University, ha dichiarato che lo studio dimostra che le persone agiscono in base agli stereotipi di cui sono nutriti e questo spiega la sottorappresentazione delle donne in numerosi campi che richiedono un alto quoziente intellettivo, tra cui la scienza e la tecnologia.
L’ALTRA VERITÀ
Ma i pregiudizi, soprattutto nel mondo scientifico, non nascono dal niente: pure voi, se doveste pensare al nome di una scienziata, citereste Marie Curie (premio Nobel per la fisica nel 1903 e nel 1911 per la chimica) i più sgamati Ada Lovelace, matematica inglese dell’Ottocento riconosciuta come la prima programmatrice di computer al mondo. Poi il deserto lunare. Ancora oggi, inoltre, il numero delle donne che lavorano in ambito scientifico è molto inferiore a quello degli uomini: nel 2018, le donne rappresentano il 12% nel mondo dell’informatica, il 22% della fisica. A spiegarci le ragioni ci dà una mano la storia: le élite delle istituzioni scientifiche non hanno aperto le porte al genere femminile fino all’altroieri. La Royal Society accettò solo nel 1945 di dare borse di studio alle donne (che pure lavoravano alle pubblicazioni fin dal 1880) l’Accademia delle scienze francese non ammise il gentil sesso fino al 1979, la Roiale Geographical Society addirittura fino al 2009.
Per chi cercasse motivazioni più antropologiche e… provocanti: secondo Claire Jones, docente di storia della scienza all’università di Liverpool, «la femminilità si associava all’oggetto passivo dell’indagine scientifica, in diretta opposizione al ricercatore maschio attivo». Ovvero: «La scienza e la natura sono state personificate come donne fino all’inizio del XX secolo e il ricercatore maschio era destinato a penetrare i loro segreti».
 

 

 

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