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Pari e Uguali aps
Associazione di promozione sociale per diffondere una cultura di paritą
 


N° 013/2019  
FONTE: Focus GIORNO E DATA: febbraio 2019
PAGINA: da pag. 92 a pag. 95 AUTORE: Michela Ronzani

 

  

Nell’antica Roma, la mancanza di figli non era un problema soltanto della coppia, né soltanto affettivo. Questioni di potere, economiche e perfino di “patria” imponevano soluzioni drastiche. Come quella di dare…

 

Una moglie in affitto

 

C’è una donna che Dante cita nel IV Canto dell’Inferno, fra le anime confinate nel limbo degli “spiriti magni”: è Marzia, la moglie di Catone Uticense (nipote di Catone il Censore, noto per la sua misogenia). Il poeta la mette accanto a Lucrezia, la moglie di Collatino stuprata da Sesto Tarquinio, che si suicidò per fuggire al disonore, e a Cornelia, figlia di Publio Cornelio Scipione l’Africano, la madre dei Gracchi.
UN ACCORDO TRA AMICI
Perché Marzia è ricordata tra le donne più virtuose dell’antica Roma? Semplice: fu una moglie talmente devota e fedele da accettare di diventare un “utero in affitto” per il miglior amico di suo marito. Siamo nel 62 a.C. (in tarda età repubblicana) e, come tutte le fanciulle del suo rango, Marzia è costretta al matrimonio giovanissima per volontà del padre, il console Lucio Marcio Filippo. Le spose romane sono spesso bambine di 12-13 anni: vergini pronte a sottomettersi alla virilità del maschio per garantirgli una discendenza. Casta, remissiva, relegata in casa a filare la lana e crescere i figli (raramente ammessa alla vita pubblica) e soprattutto riservata e silenziosa è questo il massimo esempio di virtù per i Romani. Le donne che parlano troppo o che bevono vino sono infatti dedite al vizio e scandalose, al pari delle prostitute.
Marzia assolve perfettamente al suo compito di madre amorevole e moglie fedele: dà a Catone due figli ed è assoggettata in tutto ai voleri del marito, il quale la ama profondamente ed è pronto a esaudire ogni suo desiderio. Sembrerebbe un matrimonio perfetto, se non fosse per l’entrata in scena di un terzo personaggio. Si chiama Quinto Ortensio Ortalo, è uno dei più illustri retori di Roma, ha già 60 anni e non ha figli perché sua moglie è sterile. Solo l’amicizia con Catone può salvarlo dall’estinzione della stirpe, e in particolare sua moglie Marzia: una donna giovane e fertile che Ortensio chiede di poter “affittare” (sposandola), affinché la donna possa generare dei figli anche per lui. “Tua moglie ti ha già dato un numero sufficiente di eredi, ed è abbastanza giovane per averne altri: lascia che li faccia, questa volta, per me”. È Plutarco nelle Vite parallele, a tramandare le parole pronunciate da Ortensio, come ricorda la storica Eva Cantarella, che in più studi ha descritto il discutibile destino delle matrone romane.
A dire il vero Ortensio inizialmente aveva chiesto a Catone di poter sposare sua figlia Porzia, già moglie di Bibulo e madre dei suoi due figli (che in seconde nozze avrebbe sposato Bruto, l’assassino di Cesare, per poi suicidarsi alla scoperta della congiura). Catone però aveva rifiutato l’offerta, non volendo concedere a un uomo così vecchio il suo bene più prezioso. Ma Ortensio non si era arreso: se Catone non voleva dargli la figlia, perché non concedere la moglie? Ovviamente le fonti non ci dicono se Marzia fosse felice di concepire figli di un uomo che neppure conosceva, ma pare che questo triangolo non fosse affatto strano per la mentalità dei Romani. Secondo la legge di Roma, il marito aveva tutto il diritto di prestare la moglie a un amico affinché questa generasse dei figli anche per lui. E nessuna donna fertile poteva opporsi a questa volontà.
FIGLI ALLA PATRIA. E ALLA FAMIGLIA
Perché usare le proprie mogli come “uteri in affitto”? La risposta non ha niente a che fare col desiderio di maternità o paternità, come li conosciamo oggi. Già dal I secolo a.C. la natalità dell’Urbe è in calo e le autorità sono seriamente preoccupate. I troppi schiavi liberati hanno per giunta acquisito la cittadinanza e i Romani di “sangue” sono sempre meno: usare il ventre delle donne per ripopolare la città è dunque un dovere civico. Una sorte di pratica demografica per dare figli alla patria. Senza contare che i figli nati da questi scambi servono a cementare alleanze politiche tra le famiglie delle élite. Ed è proprio per questo che Ortensio vuole da Catone: stringere con lui un vincolo parentale così forte da legare per sempre le loro casate attraverso comuni discendenti.
Così, dopo aver consultato il padre dì Marzia, Catone concede la moglie a Ortensio, senza neppure ascoltare il parere della donna. Da brava moglie, Marzia si sottomette al volere del marito… solo cha al momento di sposare Ortensio la donna è già incinta del terzo figlio, concepito con Catone. L’alleanza fra le due famiglie viene quindi cementata proprio da questo bambino che ha due padri prima ancora di nascere: uno biologico (Catone) e uno adottivo-giuridico (Ortensio). Marzia darà poi ad Ortensio un secondo figlio, stavolta suo anche biologicamente. Dopo qualche tempo, Ortensio muore lasciando tutta la sua eredità alla moglie. Catone rientra allora in scena per riprendersi in casa l’ex consorte, che oramai non è più giovane e fertile ma ha un certo valore aggiunto: è diventata una vedova ricchissima, erede di tutti i beni del secondo marito.
LA QUESTIONE MORALE
Possiamo considerare il comportamento di Catone nei confronti di Marzia astuto e immorale. Eppure, anche in cambio di ricchezze e onori, le donne accettavano volentieri di diventare “fattrici del corpo cittadino”. Per i romani, infatti, la fertilità delle donne era qualcosa di sacro, che neppure le vedove potevano sprecare. Non a caso, nei testamenti spesso il marito indicava alla moglie di risposarsi e di fare figli con altri uomini. In caso di sterilità, era invece la moglie a suggerire al marito di cercarsi un’altra con cui procreare. Lo dimostra il caso di Turia, oggetto di un famoso elogio funebre, che non avendo dato figli al marito era disposta a cedere il suo status di moglie a un’altra pur di dargli eredi. Il comportamento esemplare di una moglie si dimostrava, poi, anche in caso di tradimenti del marito, che doveva essere perdonato fino al punto di accogliere in casa i figli avuti da un’altra donna. Fa così Ottavia, sorella di Ottaviano Augusto andata in sposa in seconde nozze a Marco Antonio, già vedovo di Fulvia. Ottavia sposa Marco Antonio già incinta del primo marito deceduto, e accoglie i figli che il nuovo sposo ha avuto da Cleopatra, per crescerli con i suoi.
PER POTERE E(FORSE) PER AMORE
Le norme che regolavano il matrimonio e la procreazione, ci dicono del resto, che i Romani non si sposavano per amore. Ciò non significa che non provavano sentimenti, ma di certo il matrimonio era un patto tra famiglie su cui pesavano interessi economici e ambizioni di scalata sociale. A unire moglie e marito erano considerazioni pratiche, in primo luogo la necessità di rafforzare la famiglia e generare cittadini per Roma. Così nessuna regola proibiva di sposare donne incinte, che perché tali avevano attestato la loro capacità riproduttiva.
Celebre è il caso di Livia, andata in sposa al cugino Tiberio Claudio Nerone r ceduta dal marito a Ottaviano nel 38 a.C., già incinta del figlio Druso. La leggenda vuole che Livia e Ottaviano fossero travolti dalla passione. Più prosaicamente, pare che per diventare padre di Druso e quindi imparentarsi con la ricca e nobile Gens Claudia. Dal canto suo Livia, il cui primo marito si era alleato con Marco Antonio contro Ottaviano, perdendo poi la guerra civile, sperava di ottenere protezione sposando l’uomo più importante dell’epoca: Augusto, primo imperatore di Roma. R così Ottaviano accoglie Livia e con lei i figli che questa ha concepito dal primo matrimonio, Druso e Tiberio, anch’egli futuro imperatore. Ennesima dimostrazione che nel mondo romano la donna è solo venter: un contenitore scambiato per alleanze e messo da parte per sempre, se incapace di soddisfare un bisogno di paternità.

 

MATERNITÀ SURROGATA? LA PIÙ FAMOSA È NELLE BIBBIA
Nella Bibbia si citano diversi casi di maternità surrogata o gestazione per altri. La Genesi racconta di Sarah, la moglie sterile di Abramo, che invita il marito a unirsi ala schiava Agar per generare un figlio che continuerà la sua discendenza. Agar partorisce Ismaele, ma Sarah darà poi alla luce Isacco, il “figlio della promessa”. Concepiti pure da maternità surrogata sono pure i figli di Giacobbe, le cui mogli Rachele e Lia non si rassegnano alla loro sterilità e offrono al marito le loro schiave per generare figli. Tra i popoli dell’antichità esisteva poi l’istituto del levirato, per cui un uomo doveva (o aveva il diritto di) sposare la cognata, se rimasta vedova del fratello. La Bibbia cita il caso di Tamar che si congiunge addirittura col suocero Giuda, per poter concepire dei figli con lo “stesso sangue “ del marito defunto.



  

 

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