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Pari e Uguali aps
Associazione di promozione sociale per diffondere una cultura di paritÓ
 


N° 020/2019  
FONTE: Redazione GIORNO E DATA: martedì 21 dicembre 2019
PAGINA: pag. 1 AUTORE: Rodolfo Balena

                                          


Il velo islamico

 

“Sorellanza” fra calciatrici in Giordania


 

Da un bel gesto di solidarietà femminile e sportività cosa possiamo notare (e imparare) dalle ragazze arabe.
In Giordania durante una partita del campionato femminile di calcio, tra Shabab Al Ordan (Giovani della Giordania) ad Amman Club, in un contrasto una giocatrice di casa perde l’hijab, rimanendo davanti agli occhi degli spettatori con i capelli parzialmente scoperti. Alcune componenti della squadra ospite non ci pensano su due volte e, immaginando l’imbarazzo della propria avversaria, la accerchiano e la coprono da sguardi indiscreti, permettendole di sistemarsi nuovamente il velo per tornare a giocare. Fatto pubblicato a fine ottobre 2019, ma risalente al 2018.
Episodio che ha fatto infuriare le femministe riguardo al fortissimo disagio della giocatrice vittima dell’incidente, terrorizzata e succube di secoli di misoginia. Altri, invece, criticano “l’esaltazione” da parte dei media del bel gesto da parte delle avversarie, che considerano costrette a coprire l’avversaria, ignorando l’atto di solidarietà e “sorellanza”.
Guardando attentamente foto e filmati ho fatto alcune considerazioni.
Tutte le giocatrici in campo, da come si vede dalle foto e dai filmati, erano a capo scoperto, dunque, senza jijab, Questa constatazione ci fa supporre che non esiste un obbligo, per le giocatrici, a coprirsi il capo e che il farlo o meno dipende dalla scelta delle calciatrici.
Che l’intervento delle avversarie a fare muro agli sguardi degli spettatori era dettato dalla presenza di spettatori maschi alla partita, proteggendola dagli sguardi “misogini”, o presunti tali di alcuni spettatori. Le giocatrici a capo scoperto hanno protetto l’avversaria col hijab e con le gambe coperte.
Desumo che le ragazze in Giordania possono portare il velo o no a loro discrezione durante la loro vita normale di ogni giorno e non solo quando giocano a calcio e di fronte a spettatori e spettatrici presenti nello stadio.
L’esempio che viene dall’alto, d’altronde, è positivo: la Regina Rania non porta il hijab, neanche la principessa Iman che vediamo assieme nella foto a fine dell’articolo.
Che ci siano degli strati di popolazione, in parte ampi, ligi a certe tradizioni, succede in molti paesi arabi e islamici nelle campagne soprattutto. Nelle città molto meno, dove si studia dove è possibile avere contatti con altre donne, arabe e non, che mandano avanti un cambiamento lento ma continuo, aperto a innovazioni importanti per la donna araba.
Maggiori diritti alle donne, nei paesi arabi, sono sostenuti anche da uomini giovani, non tantissimi, ma presenti a incoraggiare questa “Intifada della donna araba”.
Termino dicendo che in Giordania ci sono ragazze che portano il hijab e, altre no, sui campi da gioco prevalgono le seconde, esiste solidarietà tra le ragazze arabe, ciò, secondo me, è molto importante per la lunga e lenta via del cambiamento per maggiori diritti alla donna islamica.
A occhi occidentali può sembrare che i cambiamenti arrivano con il contagocce, il tempo scorre diversamente in quei paesi e le donne locali lo sanno meglio di chiunque altro (vedi cambiamenti in Arabia Saudita).
Penso che ci sarà un cambiamento nell’Islam, come forma giuridica per le donne, quando avverrà, non lo si può sapere, ma, sicuramente, avverrà per merito delle donne arabe.
Nulla vi è precluso care ragazze.
Auguri.
  

 

             

           
La regina di Giordania Rania con la figlia Iman 

 

 

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