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Pari e Uguali aps
Associazione di promozione sociale per diffondere una cultura di paritÓ
 


N° 001/2020  
FONTE: Libero GIORNO E DATA: venerdì 05 gennaio 2020
PAGINA: pag. 1 e 15 AUTORE: Azzurra Barbuto

                                          


Non ha un conto corrente il 40% delle donne, così dicono le ricerche citate nell’articolo riportato di seguito, perché? Per avere una risposta dovremmo avere una ricerca molto approfondita. Le retribuzioni, solitamente, sono accreditate su conto corrente, il contante per pagare salari e stipendi è, in pratica scomparso. Il lavoro in nero si fa, per ovvie ragioni, si liquida solo in “nero”. Il lavoro in “nero” è a maggioranza femminile? Se ci riferiamo a colf, badanti e commesse, allora la risposta è sì. Tale situazione spiegherebbe una parziale diminuzione di c/c delle signore. Un altro motivo potrebbe essere la disoccupazione femminile superiore a quella maschile anche in ambito familiare e ciò spiegherebbe un solo c/c in famiglia.
Altra domanda il salario/stipendio femminile regolare, è versato in buona parte sul c/c del marito o compagno?
La scarsa autonomia economica della donna, specie nel Sud, è dovuta alla ridotta di offerta di lavoro in quelle regioni.
È pacifico che tutti i contratti di lavoro garantiscono un minimo e non un massimo e senza discriminazione di sesso, pertanto, la trattativa nello stipulare un nuovo contratto individuale è lasciata alla capacità degli individui, sembra che le donne si accontentino più facilmente. Le donne sono svantaggiate perché, anche quando cambiano lavoro per migliorare la loro posizione, partono da una “base” più bassa e ciò le condiziona anche psicologicamente.
Le varie categorie di impiego; dirigenti, quadri, impiegati e operai hanno una percentuale d’impiego maschile superiore a quella femminile. Per i dirigenti la percentuale femminile è del 32% (fonte Istat riportata dal Gender Gap Report 2019, citato nell’articolo) e non del 27% riportato nell’articolo, ma qui può influire come sono classificati i “quadri” con ruoli dirigenziali.
Sino a non molto tempo fa, la paghetta elargita dai genitori ai propri figli favoriva i maschi rispetto alle femmine, forse quest’abitudine sussiste ancora.
Per terminare direi che il gap salariale dovrebbe essere calcolato sulle varie categorie d’impiego. Non è un problema di facile soluzione e non ci arrischiamo a dare suggerimenti o fare proposte in questa sede.
Rodolfo Balena.

 

Quasi 4 donne su 10 senza conto corrente

Situazione drammatica al Sud dove la metà delle signore non è autonoma dal punto di vista economico. E le femministe zitte
 

È veramente stravagante il neofemminismo che si è imposto in Italia si occupa di cosa accade a Holliwood, dove le star si piegano ad avances sessuali in cambio di ruoli da protagoniste nei film, e non di cosa accade a casa nostra.
Conduce la battaglia volta alla femminilizzazione di un linguaggio reputato machista imponendo le astine alle vocali e si dichiara turbato nonché indignato dall’esposizione della carne, quantunque ognuno del suo corpo possa fare ciò che gli pare, eppure non si cura delle reali drammatiche condizioni in cui versano le abitanti della penisola, la cui emancipazione è ostacolata dalla diffusa dipendenza dal portafoglio di mariti e compagni.
I dati della ricerca Episteme “Le donne e la gestione familiare” parlano chiaro. Quasi 4 signore su 10 (37%) non hanno un conto corrente a loro intestato. Tra coloro che hanno interrotto gli studi dopo avere conseguito la licenza media addirittura nessuna lo possiede. Alle laureate va meglio, tuttavia i numeri suscitano sbalordimento: 17 dottoresse su 100 di età compresa tra i 25 e i 44 anni non possiedono un conto in banca o, allorché ce l’hanno, non possono gestirlo da sole. Tocca loro domandare il permesso al partner.
La situazione è ancor più spaventosa nel Mezzogiorno, in cui il 46% delle donne, ossia quasi la metà, è del tutto priva di autonomia economica, dipendendo in maniera totale dal coniuge, inoltre, quasi una su due in Italia ha un reddito più basso del marito o del convivente. Insomma pur sgobbando le stesse ore e nelle medesime posizioni siamo pagati meno del genere opposto. Secondo il Gender Gap Report 2019, realizzato dall’osservatorio JobPricingcon Spring Professional, nonostante tra il 2016 e il 2018 la differenza retributiva sia diminuita del 2,7%, il gap è di 2.700 euro lordi in più dei lavoratori maschi.
Per cui in Europa il Belpaese è al 17esimo posto su 24 per ampiezza del gender pay gap nel settore privato (Eurostat).
Come se non bastasse, in Italia solo il 29% dei ruoli dirigenziali è ricoperto da persone di sesso femminile e ciò ci pone agli ultimi gradini della classifica dell’Eurostat sulle donne manager.
Persino allorché lavorano, le italiane non gestiscono in maniera libera il denaro, è come se dovessero ancora abituarsi all’autosufficienza economica, da un’indagine di Eumetra per conto della società di credito al consumo Agos emerge che le signore amministrano soltanto le spese quotidiane per la famiglia, a tutto il resto provvede la dolce metà: investimenti, pagamento di bollette, assicurazioni, rate del condominio, tasse, eccetera. Molte mogli ignorano persino dove il coniuge depositi i soldi.
Diversa la situazione delle single, le quali non si affidano a nessun uomo per la gestione finanziaria, a meno che non si tratti del loro commercialista.
Facile dare la colpa di questa realtà alla società, al mondo del lavoro che sbarrerebbe le porte al gentil sesso, o agli uomini. La verità – ed è bene che lo ammettiamo se vogliamo davvero che le cose cambino – è soprattutto nostra: ci accontentiamo, ci disinteressiamo.
Se al Sud quasi il 50% di noi non ha soldi propri ed è costretto a contare sulle tasche di chi gli sta accanto è perché nel Meridione più che nel Settentrione resiste la visione del matrimonio come unico obiettivo esistenziale delle ragazze, le quali fin da piccole vengono ridotte, da un lato, a coltivare il sogno del principe azzurro con cui vivere per sempre felici e contente; dall’altro ad accantonare le proprie potenzialità, i propri talenti ed interessi, i quali, se adeguatamente sviluppati, possono costruire una fonte di reddito, trasformandosi in un mestiere di successo. Le fanciulle devono sbarazzarsi dell’idea pericolosa che debba giungere un principe azzurro a salvarle sposandole ed iniziare a coltivare obiettivi professionali e di realizzazione individuale. Questa è la strada maestra che può portarle alla piena indipendenza materiale che si traduce in indipendenza pure emotiva, affettiva e mentale. Se una donna è obbligata a chiedere, non è libera. Se è legata al portafoglio di lui, stenterà a lasciarlo, sebbene il compagno la maltratti.
Ecco perché l’unico modo efficace di combattere la violenza sulle donne non sono le manifestazioni in piazza e gli scioperi in occasione dell’8 marzo, bensì quello di favorire l’emancipazione finanziaria del nostro genere, partendo da noi stesse ed incitando le nostre figlie, qualora le abbiamo, non a racimolare un uomo che la mantenga bensì a mantenersi da sole.

 



                                                          

                                                                                             

  

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