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Pari e Uguali aps
Associazione di promozione sociale per diffondere una cultura di paritÓ
 


N° 005/2020  
FONTE: Libero GIORNO E DATA: giovedì 22 gennaio 2020
PAGINA: pag. 1 e 16 AUTORE: Simona Bertuzzi

 

 

La scalata di Elisabetta Franchi che porterà la sua società in Piazza Affari

 

Da povera commessa a regina della Borsa

 

Gli inizi difficili a Bologna e i lavoretti per mantenersi. E finalmente il salto. Forza e segreti di una donna che si è fatta da sola
 

Sarà perché ha fottuto Cenerentola e l’ha messo nero su bianco (addirittura in un libro) senza sentirsi in colpa. O perché una ragazzina smilza dietro il bancone del mercato che vendeva mutande e calze coprenti a nonnine esigenti e poi ha costruito un’azienda di moda che 48 ore fa annunciava l’imminente quotazione in borsa. Sono tante la ragioni per entrare nella vita di Elisabetta Franchi, stilista bolognese dell’omonimo marchio che a Piazza Affari vale qualcosa come 195 milioni di euro e ha 84 negozi sparsi nel mondo, di cui 8 outlet e circa 1100 negozi monomarca. A noi piace che si sia fatta da sola. Che usi (in senso metaforico si intende) il mattarello per condurre l’azienda alla maniera delle signore bolognesi quando tirano la sfoglia. E che mandi al diavolo i cacciatori impenitenti se si azzardano ad andare nelle campagne della dolce Emilia a sparare ai poveri fagiani (prima stilista animalista, hai detto poco).
Veste con paillettes, frange di metallo e vestiti da sirena le divine di Hollywood – Angelina Jolie, Kate Hudson, Jessica Alba, anche la signora Icardi si serve da lei. Ma gli inizi della sua esistenza, per sua stessa ammissione, sono stati una doccia gelata diluita negli anni. Era ragazzina di una famiglia di 5 figli e più di un patrigno. «Mia mamma si andava a cercare col lumicino gli uomini sbagliati» confessò all’Huffingtonpost. E se cera la luce in casa e il riscaldamento acceso era perché uno dei compagni di mamma si era fermato un po’ più a lungo. Ne parlò alla Sapienza di Roma – invito accettato con riluttanza e scusandosi in via preventiva “per eventuali strafalcioni” – specificando che uno dei patrigni era buono e garbato fino a far della sera poi tracannava di brutto e a Elisabetta e ai suoi fratelli toccava rifugiarsi in macchina per non prendere le botte ché l’indomani si andava a scuola. Da bolognese caparbia e ambiziosa, qual è, un bel giorno andò a cercarsi il padre, quello biologico, al cimitero: «L’ho trovato e l’ho anche mandata a quel paese perché avevo un dolore dentro che dovevo tirar fuori. Poi ho spedito una foto a mia sorella». Peccato che il tumulato non fosse il padre e la visita e la foto finirono in una gran risata.
LA BAMBOLA BETTY
Dicevamo degli inizi. C’era da lavorare come in una qualunque famiglia modesta bolognese. Ed Elisabetta si fece i suoi mercati poi passò a fare la barista – scuola di vita i locali. Nel giro di un anno faceva rigar dritto tutti. Ma la passione restava la moda. E la povera Betty, la bambolina di pezza che strapazzava e vestiva di tutto punto e con una fantasia di cui non c’era traccia negli annali di Walt Disney non astava più. E così la Franchi cominciò a fare sul serio. Occhio perché c’era nulla di regalato per lei. Studiava all’istituto Aldovrandi Rubbiani di Bologna e per mantenersi faceva la commessa. Stessa tempra degli anni dl mercato. Solo che le vecchiette delle bancarelle erano diventate signore esigenti con mille capricci per la testa. Elisabetta iniziò a capire i gusti e a fiutare le mode. «Vesto tutte le donne», disse un giorno a Libero, anche le bruttine. La storia di questa imprenditrice è una dolce sequenza di piccoli passi e grandi successi. Chi ha sofferto nella vita ha una marcia in più, ma non tutte le carriere devono essere fatica e dolore, spiega con semplicità a chi domanda il segreto del successo.
Prima era nera corvina ora è chiara e solare ma comunque bellissima. E da sempre la praticità dell’emiliana verace, l’inflessione bolognese che fa sfrigolare di leggerezza l’animo più cupo, e quella voglia di fottersene del jet set che non se la fila abbastanza ma comincia a rosicare. “L’hai vista quella lì? C’ha il fuoco dentro” avrà detto qualcuno. Oggi la chiamano la leonessa della moda perché lavora come un mulo da trent’anni e con aggressività felina – niente Natali a casa, niente feste, niente cene all’ora della cena – ma c’è una ragione e la capirete adesso.
Nel 1996 apre il suo primo atelier, poca roba, 5 collaboratori e le idee che piovono sui tessuti e diventano abiti. Due anni dopo nasce la Betty Blue Spa, stile parigino e Betti che ricorda tanto Betta. Nel 2006 è un vulcano che ribolle dentro e acquista una vecchia ditta farmaceutica dismessa e la trasforma in quartier generale della Maison, un capolavoro d’architettura stile Miami ubicato nella campagna bolognese, solo lei poteva farlo. Nel 2012 nasce la Elisabetta Franchi spa. Alla presentazione della quotazione in borsa, l’altro ieri, la stilista si presenta in total black, maglia nera, jeans neri e tacco 12 che non si pensi che la finanza imbruttisca il look o lo renda meno sexy, e il video sui social ha ottenuto un mare di consensi. Mamma stilista e animalista: si definisce così nel profilo instagram. Da stilista veste tutte le donne con originalità e intuito creativo e ha inventato la moda che non fa soffrire gli animali. Magnifico quando mi disse: «A Cortina ho visto una tizia con sette teste di visone addosso, a una così cosa fai? O la prendi a calci nel culo…3 o la prendi a calci nel culo. Al diavolo capi in angora e pellicce vere, lei fa piumini di pelo sintetico». E nella sua azienda si pratica il dog hospitality una maniera molto inglese per dire ai dipendenti di portarsi i cani in azienda, «ogni tanto fanno una cagnara pazzesca ma l’umore di tutti ci guadagna e sono una fonte di ispirazione incredibile.
CAPISALDI
In una vita così non potevano mancare i capisaldi, quelli veri. La Franchi ha amato tanto l’imprenditore Sabatino Cennamo, suo primo marito e mentore strappato a un’altra vita e a un’altra moglie (hai capito la tenacia della donna?) e morto di tumore prematuramente «pensi sempre che capiti agli altri, poi tocca a te». Da lui ha avuto Ginevra detta Gingi, bella come la mamma quando vestiva le bambole di pezza. «Si è ammalato quando nostra figlia aveva sei mesi ed è morto quando aveva un anno e un mese», non si è concessa il lusso di piangere perché c’era una bimba da crescere e un’azienda da mandare avanti. Il dolore in un taschino, e i vestiti da piazzare nei negozi monomarca.
E adesso la Franchi ama follemente il secondo marito, Alan, fidanzato di gioventù ritrovato nella vita dopo Cennamo, da lui ha avuto il figlio maschio che ha chiamato Leone come uno dei suoi cani (un maremmano alto due metri quando si alza in piedi) perché la sua casa è piena di cani e tutti trovatelli a parte il chihuahua Cherie. Alan l’aspetta per cena tutte le sere, «se finisse la nostra storia non ne cercherei un’altra perché sono sazia d’amore». È il caposaldo di casa e forse il faro, quest’uomo, ma vai a saperlo chi dei due porta i pantaloni. Oggi la Franchi ha una dimora principesca che è un intrico di arredi eleganti, pareti calde, cuscini morbidi e viste mozzafiato. I tre frigoriferi pieni sono la soddisfazione che si prende chiunque da giovane abbia faticato a sbarcare il lunario. Pillole da Instagram per chi ama sbirciare: Elisabetta ama Monica Vitti, “fonte di ispirazione eterna” e adora “guardare dalla parte del sole”; anche “il fumo che esce dal camino”le piace perché è bello come l’ultima pennellata di un pittore. Dicono che una volta abbia sfidato i ladri, “parto per Cortina ma non azzardatevi a venire a Bologna perché sarebbero guai”. Donna schietta. E dice sempre “ho il Natale nel cuore”, quello che forse non aveva da bambina. Un imprenditore che si è fatta da sola. Che era niente e adesso sfida Piazza Affari. “Essere Elisabetta Franchi”. E non è solo una trasmissione tv (ha fatto anche questo), o una semplificazione giornalistica.

 

 

 
 

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